“I believe in my stuff only at night” by Angelica Gatto

[ITA]

“Ma il quoziente di dolore di un individuo non è già abbastanza terribile senza amplificazioni romanzesche, senza dare alle cose un’intensità che nella vita è effimera e certe volte addirittura invisibile? Non per tutti. Per poche, pochissime persone quest’amplificazione, uscendo e sviluppandosi in modo incerto dal nulla, costituisce la loro unica sicurezza, e il non vissuto, la supposizione, impressa per esteso sulla carta, è la vita, il cui significato arriva a contare di più”.  [1]
***
Ho incontrato Davide Sgambaro, per la prima volta, a Milano, diversi anni fa. L’ho conosciuto quasi per caso – ho conosciuto lui e i suoi progetti, idee abbozzate su pezzi di carta sparsi e archivi di annotazioni e disegni – ancora prima di imbattermi nei suoi lavori. Ebbene sì, perché per Sgambaro, come per molti, la questione progettuale, che precede e conduce alla finalizzazione del lavoro, è stata spesso – e lo è tuttora – un terreno problematico su cui si insinua l’impossibilità potenziale che coinvolge talvolta la produzione, dettata da contingenze economiche con cui, malgrado l’aura del genio, molti artisti sono costretti a confrontarsi. Il progetto – la bozza di progetto – è il pre quem, fase irrinunciabile e autosufficiente, è un mantra, da esercitare più e più volte per far sì che nulla vada sprecato o venga lasciato al caso. Too young to live, too young to die. Nel mezzo di una serie di nascite mancate, che attendono soltanto di prendere forma, Sgambaro ha sviluppato con coerenza alcuni di questi progetti attraverso una visualizzazione scultoreo-plastica e installativa, arrivata a lambire la fotografia, il video e l’happening,  che è frutto dell’acerrima lotta tra un latente senso di impotenza e un’estrema volizione, condite da un interesse acuto per alcuni lati dell’animo umano rintracciabili nel cinismo, nel sorriso amaro e nella bassa autostima, inflessioni caratteriali, spesso dicotomiche, ma meritevoli di attivare importanti risoluzioni sul piano concettuale e operativo. Abbandonando la determinazione auratica e un certo afflato autoreferenziale che in taluni ancora persistono, sculture e installazioni guadagnano un posto privilegiato nello spazio occupandolo alla stregua di corpi, senza alcuna pretesa che si tratti di corpi senzienti ma con la ferma convinzione che, in qualità di “oggetti” situati, possano godere delle caratteristiche dei luoghi e del legame che inevitabilmente stringono coi contenuti di realtà che ci riguardano, vivendo in un presente continuo. Il rapporto del corpo con lo spazio è così un rapporto intenzionale, un modo multiforme di relazionarsi alle cose, affinché il corpo non sia “nello” spazio ma lo abiti popolandolo attraverso l’esperienza e la conoscenza attiva.         
Da questo punto di vista poco importa se una parte del processo produttivo sia demandata ad artigiani specializzati [A kind concession to disorder (ass), (forearm),(feet), 2019]oppure stimolata dalla noia e dalla reiterazione di un gesto [Parappaparaparapappapara, 2020] o ancora frutto di un ricordo sottoposto all’azione del tempo [Una cosa divertente che non farò mai più, 2018]: il rifiuto per un’espressività esasperata e melensa si coniuga con l’esigenza di proiettare sul lavoro tutte le proprie aspettative, correndo il rischio, continuo ed eccitante, di venire costantemente frustrati da esse, e di trovarsi a ricominciare, ancora e ancora.                                 
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“Deleuze definiva l’atto di creazione come un «atto di resistenza». Resistenza alla morte, innanzitutto, ma resistenza anche al paradigma dell’informazione, attraverso il quale il potere si esercita in quelle che il filosofo, per distinguerle dalle società di disciplina analizzate da Foucault, chiama «società di controllo».
Ogni atto di creazione resiste a qualcosa […]”[2]

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A chi vuol provare a fare cose, anche se male (2019) è un’installazione site-specific articolata attraverso due momenti successivi e conseguenti. A chi vuol provare a fare cose, anche se male (pat, pum, pam) si compone di tre elementi in ferro, marmo e ottone, tre parallelepipedi che si ergono nello spazio e per i quali Sgambaro ha immaginato un ideale momento di festa – svoltosi o ancora da svolgersi – simulando le pedane di lancio per le scintille provocate da inesistenti fuochi d’artificio. Augurio/addio, possibilità/impossibilità, fortuna/imprevisto accolgono l’idea di un monumento altezzoso alla precarietà che passa attraverso il secondo momento costituito da A chi vuol provare a fare cose, anche se male (horizontal), un dispositivo in ferro, polvere di acciaio e marmo che astraendo quella porzione di spazio prossima ai piedi, quasi un suolo calpestabile, indica un paesaggio ridotto all’osso, composto da ciò che rimane del momento fortuito dell’esplosione dei fuochi d’artificio. La festa si è conclusa, e di essa rimane soltanto un tentativo, quello di ristabilire con certezza delle coordinate inesistenti, ripercorrendo, con la mente? con il ricordo?, la previsione di un istante iniziale. Un tentativo di volo che riporta di nuovo all’inossidabile margine di rischio generato dalla fattualità dell’esistenza.  

Angelica Gatto


[1] Philip Roth, Il fantasma esce di scena, Einaudi, trad. Vincenzo Mantovani

[2] Giorgio Agamben, Creazione e anarchia. L’opera nell’età della religione capitalista, Neri Pozza Editore


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